Semper Mecum

Capitolo 1 – Uren di Aerthas


Mi chiamano Uren. Vivo in un villaggio dimenticato dal mondo, incastrato tra le radici delle montagne nel sud-ovest del Dominio di Aerthas. Qui non arrivano i mercanti di Veyrun, né le carovane con le stoffe profumate. Qui il tempo si consuma lentamente, come brace sotto la cenere. Le stagioni passano, ma nulla cambia davvero. Le stesse facce, le stesse voci, gli stessi sogni che non si avverano mai.

Non ho mai avuto molto, ma non ho mai smesso di volere di più. Non parlo di ricchezza, non solo. Parlo di possibilità. Di potere. Di libertà. Da bambino, mentre gli altri giocavano con bastoni e fango, io osservavo. Immaginavo. Sognavo di scappare, di diventare qualcuno. Mio padre è sparito in una notte di neve, mia madre lo ha seguito poco dopo, e mia nonna mi ha cresciuto come si cresce una pianta selvatica: senza troppe carezze, ma con radici profonde. Mi ha insegnato a sopravvivere, non a vivere. Mi raccontava storie, favole della buonanotte, ma senza dolcezza. Le sue parole erano come pietre levigate: dure, ma precise. Parlava di regni lontani, di cavalieri che non tornavano, di fuochi che divoravano interi villaggi. Niente fate, niente lieto fine. Solo ombre, silenzi e presagi.

Non capivo se cercasse di spaventarmi o di prepararmi. Forse entrambe le cose. Ma io non ascoltavo davvero. Le sue storie mi scivolavano addosso. Avevo già deciso che non sarei rimasto lì, che non avrei vissuto come lei, piegato al tempo e alla terra. Io volevo di più.

Capitolo 2 – Il mercato

Quel giorno il mercato sembrava diverso. L’aria era più tesa, come se qualcosa stesse per succedere. Non era grande — quattro bancarelle, qualche vecchio che barattava formaggio, bambini che correvano scalzi — ma c’era movimento. Volti nuovi, abiti troppo puliti per essere di qui.

Mi fermai sul bordo della piazza, le mani in tasca, fingendo di non guardare. Tre uomini parlavano vicino al pozzo. Non vendevano nulla, non compravano nulla. Uno aveva il volto segnato da una cicatrice disegnata con rabbia, l’altro portava un mantello scuro con ricami dorati, e il terzo… il terzo non parlava. Guardava. E il suo sguardo era come un coltello piantato nel legno.

Mi avvicinai con calma, fingendo interesse per una bancarella di mele. Le loro parole erano spezzate, sussurrate. “…la grotta…”, “…prima che lo spostino…”, “…non torneremo una seconda volta…”. Non capivo tutto, ma bastava per accendere qualcosa. Un nome, un luogo, un tesoro. Era come se il mondo mi stesse facendo l’occhiolino.

Poi la vidi. Tra la folla, come se fosse apparsa dal nulla. Alta, elegante, vestita di nero. I capelli argentati raccolti in una coda alta e voluminosa, che ondeggiava dietro di lei come una bandiera di guerra. La pelle chiara, lo sguardo distante. Non parlava con nessuno. Non toccava nulla. Ma tutti sembravano evitarla, come se il suo passaggio lasciasse una scia invisibile.

Sembrava che il mondo intero si fosse fermato per farle spazio. Mi bloccai. Non riuscivo a distogliere lo sguardo. Non era solo bella. Era… fuori posto. Come se non appartenesse a quel mondo. Come se fosse apparsa per errore, o per destino.

E in quel momento, uno degli uomini al pozzo si voltò e mi vide. Il suo sguardo si incrociò col mio. Non disse nulla. Ma il messaggio era chiaro: avevo ascoltato troppo.

Mi allontanai lentamente, con il cuore che batteva forte. La donna dai capelli d’argento era sparita.

Quella notte il sonno arrivò tardi. Mi giravo nel letto, il pensiero fisso su quelle parole sussurrate al pozzo. “…la grotta…”, “…prima che lo spostino…”. E lei. La donna dai capelli d’argento. Non riuscivo a togliermela dalla testa, anche se non capivo perché.

Poi il sogno. Ero in una sala immensa, pavimento di marmo nero, colonne d’oro che si innalzavano fino a un soffitto invisibile. Davanti a me, una tavola imbandita: frutti mai visti, calici colmi, piatti d’argento. E seduti attorno, uomini e donne vestiti come re, che ridevano e mi guardavano come uno di loro.

Mi alzai. Avevo un mantello sulle spalle. Le mani piene di anelli. Camminavo e tutti si inchinavano. Poi una porta si aprì. E dietro, una montagna. La stessa che vedo ogni giorno dalla mia finestra. Ma stavolta, sulla cima, c’era un bagliore. E io sapevo: lì c’era il tesoro. Lì c’era la mia vita nuova.

Mi svegliai col cuore che batteva forte. Non era paura. Era fame. Quella fame che mi brucia dentro da quando sono nato. Mi alzai. Presi lo zaino. Non dissi niente a nessuno. Era tempo di andare.

Capitolo 3 – Verso la montagna

Mi incamminai prima che il sole sorgesse, quando il cielo era ancora blu scuro e l’aria tagliava la pelle. Davanti a me, la montagna. Bianca, immobile, enorme. Sembrava guardarmi da lontano, come se sapesse che stavo arrivando.

Ogni passo era silenzio. Il villaggio alle spalle si faceva piccolo, poi sparì. Davanti, solo neve e pietra.

Il sentiero saliva lento, coperto da uno strato sottile di ghiaccio. Le scarpe scivolavano, le dita si intorpidivano. Ma non mi fermavo. Sentivo qualcosa dentro, come un filo che mi tirava verso l’alto. Non era coraggio. Era fame. Fame di qualcosa che non avevo mai avuto.

A metà mattina il vento cambiò. Soffiava forte, gelido, portava con sé odore di resina e silenzio. Mi fermai sotto una roccia sporgente, riparandomi per qualche minuto. Guardai in alto. La cima era ancora lontana, ma più vicina di quanto fosse mai stata.

Ripresi a camminare.

Capitolo 4 – La grotta

Il sole era alto, ma il freddo non mollava. Il vento mi graffiava il viso mentre salivo tra rocce e neve, finché la trovai. Una fessura nella montagna, stretta, scura, invisibile se non la cercavi. Sembrava più una ferita che un ingresso.

Mi avvicinai. L’aria cambiò. Più densa. Più silenziosa. Come se il mondo trattenesse il fiato. Entrai.

La luce della lanterna tremolava, disegnando ombre che sembravano muoversi appena voltavo lo sguardo. Il suolo era irregolare, umido, coperto da frammenti di pietra e vecchie ossa. Alcune troppo piccole per essere di animali. Il cuore mi batteva forte, ma non era paura. Era fame. Quella fame che mi aveva spinto fin lì.

La grotta si apriva in una sala naturale, ampia, con stalattiti che pendevano come artigli e stalagmiti che sembravano colonne spezzate. E lì, in fondo, lo vidi.

Il tesoro. Non era come nei sogni. Niente luci divine, niente musiche celestiali. Ma era reale. Casse di legno, alcune rotte, altre chiuse. Dentro, monete antiche, gioielli, pergamene sigillate. Spade con impugnature incastonate, coppe d’argento, pietre che brillavano come occhi di serpente.

Mi inginocchiai, le mani tremanti. Era tutto mio. Finalmente.

Mi mossi come un ladro, ma con la furia di un affamato. Riempivo lo zaino, la giacca, le tasche. Mi legai borse alla schiena, alla cintura. Ogni oggetto prometteva qualcosa. Ogni grammo, un sogno da inseguire. Non pensavo al sentiero. Non pensavo al ritorno. Pensavo solo a scappare. A diventare qualcuno.

Poi, un rumore. Un sussurro? Un respiro? Mi voltai di scatto. Nulla. Solo il buio. Solo la grotta. Ma qualcosa si era mosso. O forse ero io. Forse il peso cominciava a farsi sentire. Forse la montagna non voleva lasciarmi andare.

Mi alzai. Il corpo piegato, le gambe già stanche. Il tesoro mi tirava verso il basso, ma io sorridevo. Avevo vinto. Avevo trovato ciò che nessuno aveva mai osato cercare.

Mi voltai verso l’uscita. La luce della lanterna tremolava. Il mondo fuori era ancora lì. Freddo, bianco, immobile.

Capitolo 5 – Il peso dell’oro

Il sole cominciava a calare, tingendo la neve di rosso. Il sentiero sembrava più stretto, più insidioso. Ogni passo era una lotta. Il peso mi piegava la schiena, mi rallentava. Ma non potevo fermarmi. Non ora. Non con tutto questo addosso. Non con la vita nuova a un passo.

Il fiato era corto. Le gambe dure come pietra. Il gelo mi mordeva le dita, ma io stringevo le cinghie, le borse, lo zaino. Ogni oggetto era una promessa. Ogni moneta, una fuga. Ogni gioiello, un riscatto.

Pensavo a cosa avrei fatto. A dove sarei andato. A chi sarei diventato. Pensavo a Veyrun, alle sue strade larghe, alle locande piene di musica. Pensavo a una casa con finestre grandi, a vestiti che non puzzano di fumo. Pensavo a mani che non scavano terra, a occhi che mi guardano con rispetto. Pensavo a me, diverso. Migliore.

Poi, un pensiero. Un lampo. E se non ce la faccio? Lo scacciai subito. Era la voce della paura. Io avevo vinto. Io avevo il tesoro.

Il vento si alzò, fischiando tra le rocce. Il ghiaccio sotto i piedi crepitava. Feci un passo. Poi un altro. Poi…

Crack. Il mondo si inclinò. Il piede scivolò. Il corpo seguì. Il peso mi trascinò. Sentii il vuoto aprirsi sotto di me. Le mani cercarono qualcosa, qualsiasi cosa. Ma non c’era nulla. Solo aria. Solo caduta.

Il tempo rallentò. Vidi il cielo, le montagne, il mio zaino che si staccava e volava via. Vidi la neve sollevarsi come polvere. Vidi la mia vita, tutta, in un istante.

E poi… una mano. Una mano fredda, forte, che mi afferrava il polso.

Mi fermai. Sospeso. Il cuore esplodeva nel petto. Guardai.

Era una donna. Bellissima. Immobile. I capelli d’argento ondeggiavano nel vento. Gli occhi non avevano colore, solo profondità. Mi teneva come se il tempo non esistesse. Come se fossi una piuma.

E io… non capivo. Era la donna del mercato. L’avevo già vista. Lo sapevo. Ma lì, in quel momento, non era la stessa. O forse… ero io a non essere più lo stesso. Qualcosa in lei mi sfuggiva. Qualcosa che non doveva esserci. Eppure c’era. E mi guardava.

La mente correva. Cercava appigli. Cercava spiegazioni. Chi sei? Come fai a essere qui? Perché mi stai tenendo?

Poi, un suono. Un ruggito. Lontano. Profondo. Antico.

Il drago. Mi irrigidii. Il cuore si fermò. Le storie della nonna. Le leggende. La donna vestita di nero. Il drago bianco. La morte che viene in due forme. Una che ti guarda negli occhi. L’altra che ti divora.

Lei mi guardava. Non parlava. Non sorrideva. Ma alla fine capii: “Hai sempre camminato con me…

Era finita.

Chiusi gli occhi. Il corpo si rilassò. Le dita si aprirono. Mi lasciai andare.

Il vento mi avvolse. Il vuoto mi accolse. E mentre cadevo, un pensiero mi attraversò la mente, limpido, tagliente.

Quanto sono stato stupido…

"Ogni anima trova il proprio cammino.
Alcune incontrano la calma, altre il caos.
La morte arriva, ma il modo in cui la affrontiamo spetta a noi sceglierlo."

Serath Eilun, capitolo IX